L’Italia ha un nuovo giornale, Il Fatto Quotidiano

È uscito ieri il primo numero stampato de Il Fatto Quotidiano, nuovo giornale libero e indipendente (non ha accettato i contributi statali per la carta stampata, non è posseduto da grandi gruppi industriali ecc.) diretto da Antonio Padellaro. Oltre Marco Travaglio, probabilmente la firma più conosciuta, ci sono anche Peter Gomez, Marco Lillo, Oliviero Beha, Furio Colombo, Luca Telese e qualche altro/a fuoriuscito/a da l’Unità. A prescindere dalle opinioni politiche, la nascita di un giornale è un bene per la democrazia e il pluralismo delle opinioni. Il fenomeno è interessante per svariati motivi: in primis il movimento è partito a giugno (periodo in cui la quotidiani e settimanali cominciano la pausa estiva vacendo uscire notizie e articoli generalmente di poco interesse) girando per piazze e teatri per fare promozione sul territorio, raccontando quanto sia complicata ma necessaria nel nostro paese l’avventura di un nuovo quotidiano. Il secondo motivo riguarda più la grafica: come realizzare un’impaginazione solo con i caratteri di sistema senza potersi permettere la consulenza di un grafico?
La mia prima reazione vedendo il giornale è stata «Mio Dio la grafica è orrenda!!». E non sono l’unica ad aver reagito così. [potete leggere il primo e il secondo post con molti commenti su manteblog, di Massimo Mantellini, collaboratore di Nova, l’inserto tecnologico de IlSole24ore] Poi però mi sono fermata a fare qualche riflessione, la questione è sempre più complicata di quanto si pensi. Il contenuto è davvero più forte del contenitore? Si può prescindere dalla forma in un progetto che punta alla sostanza (pubblicare articoli e notizie che gli altri ignorano o non coprono a sufficienza)?
Nessuno di quelli che hanno acquistato il giornale credo si aspettasse un’impaginazione da Manifesto o Sole24Ore, ma a mio parere forma e contenuto dovrebbero andare assieme. Come recita un articolo del primo numero (leggibile qui scaricando il pdf) sono tante le rinuce che sono state fatte per poter affrontare l’investimento economico, tra cui «gli investimenti correlati alle necessità specifiche del giornale (una bella grafica, il sistema editoriale più innovativo, sistemi di elaborazione e trasmissione dati sicuri ed efficienti)». È un peccato che quella che viene chiamata «una bella grafica» sia considerata un costo in più.
Se da un lato è veramente triste che il grafico/tipografo responsabile dell’impaginazione abbia fatto un progetto di non design, ossia totalmente inconsapevole anche delle più basiche regole, dall’altro è specchio della nostra bassa cultura visiva odierna. Mi ha stupito la differenza di approccio tra il sito (che è arioso e decentemente progettato, con attenzione a rendere i contenuti leggibili e le gerarchie comprensibili) e il giornale che risulta vecchio, caotico e poco chiaro. È vero che Il Fatto Quotidiano viene acquistato per gli articoli, ma perché pensare che la grafica sia un lusso in più? Non sto parlando di bella o cattiva grafica, ma di semplici regole base di progettazione: sorvolando sulla scelta dei caratteri e gli strafalcioni tipografici, la gestione della gabbia è inesistente e di consequenza la gerarchia dei contenuti non è chiara. Se dietro al giornale c’è un progetto rigoroso e non strillato, dal cartaceo non traspare, anzi, sembra un’accozzaglia di grida, purtroppo.
Quello che mi fa infervorare (nel caso non ve ne foste accorti) non è l’aspetto grafico in sé (se gli articoli mi piacciono continuerò a comprare il giornale) ma la questione che siamo talmente abituati ad un’assenza di progettazione da finire per considerare la grafica sul cartaceo un di più. Perché ci accontentiamo di libri, giornali, riviste illeggibili e fatti male? Perché subiamo senza protestare design di pessima qualità (dalle biglietterie automatiche ai telecomandi agli sportelli dei bancomat)? In veste di progettista grafico mi sento principalmente triste e un po’ impotente.
Mi auguro che Il Fatto Quotidiano si dimostri all’altezza dell’entusiasmo iniziale e che presto possa investire un po’ di risorse nel creare un giornale differente e innovativo anche dal punto di vista visivo. Mi dispiace che non abbiano chiesto una consulenza gratuita, probabilmente molti progettisti sarebbero stati disposti a dare una mano per rendere leggibile e ordinata questa avventura editoriale.
Alcuni dati:
Break-even previsto 10-15.000 copie. Praticamente un foglio clandestino.
Attuali abbonati 34.000
Tiratura del primo numero 112.000 (con «esaurito tecnico», ossia è andato venduto il 91% del distribuito)
tiratura del secondo numero (oggi 24 sett) 200.000 copie, visto che nelle grandi città è andato esaurito entro le otto del mattino.
UPDATE 2 ottobre
Potete leggere un’intervista al grafico che ha effettivamente progettato il layout del giornale. Non si tratta quindi di mancanza di fondi ma più semplicemente di cattiva progettazione. Che forse è anche peggio. Che occasione sprecata!
Marta
25 Settembre 2009 alle 00:46
Contenuto e contenitore vanno insieme e non è una questione di pareri, è un fatto. Ammettiamo però che un contenitore senza contenuto risulta pressoché inutile perció è comprensibile che dovendo fare dei tagli, abbiano tagliato sulla grafica, per continuare ad avere almeno dei giornalisti.
Forse bisognerebbe chiedersi come mai la grafica è considerata un lusso. Forse sono i grafici, i veri responsabili, che non sanno comunicare a sufficienza il valore della loro professione. Perché mai, per esempio, se un font costa migliaia di euro, poi ci dovrebbe essere qualcun altro che lavora a gratis?
25 Settembre 2009 alle 12:23
Contenitore e contenuto sono inscindibili, non penso ci sia qualcuno che - sensatamente - possa sostenere il contrario.
Sulla mancanza di un progetto grafico di fondo già ci sono i primi dubbi perché nei vari commenti in giro sul web ho letto - per esempio - che il progetto grafico è in effetti stato fatto da una persona che fa il progettista grafico di mestiere. In quel caso l’estetica attuale sarebbe una scelta voluta. Bruttina, certo. Ma voluta.
Passiamo ora al vil denaro: se dovessi scegliere tra un giornalista che mi cura i contenuti e un progetto grafico ovvio che opterei per il primo perché altrimenti senza giornalista e contenuti non saprei cosa impaginare… Ma siamo alle ipotesi dell’assurdo, secondo me. Non posso pensare che in questa iniziativa non si sia trovato spazio per la grafica anche a livello di budget.
Potremmo forse essere più verso la zona della leggenda metropolitana, creata oppure cavalcata ad arte, poiché un giornale bruttino e/o senza apparente progetto grafico ha un “quid” in più che si può spendere anche a livello di marketing
Passando, infine, al problema del rispetto per il progetto grafico non getterei indistintamente fango sui progettisti grafici. Progettisti - ci tengo a sottolinearlo - grafici. Non solo grafici. Quelli sono un’altra cosa.
Il problema è proprio dato dalla scissione tra il termine “progettista” e il termine “grafico”. Se togli il progetto cosa resta? Nulla. Una misera grafica tenuta insieme con lo scotch. Molti non capiscono il concetto di progetto grafico? Al progettista il compito di spiegarne l’indispensabilità. Si tratta però di una questione culturale e le culture non si cambiano in quattro e quattro otto. Specie se ci sono molti “grafici” che remano contro ai “progettisti grafici”. Il cambiamento non è impossibile, ma di lungo periodo.
25 Settembre 2009 alle 12:44
Non l’avevo ancora visto.
Una delle cose oggettivamente sbagliate sono le sottolineature, no? Ovviamente inibirsi l’uso dei bottoncini di XPress non è una questione di quanti soldi hai. A un certo punto diventa una questione etica.
25 Settembre 2009 alle 15:13
Un centinaio di migliaia di copie sold-out in poche ore,
tra forma e/o contenuto, qualche cosa deve aver funzionato…
Partiamo pure da Il Fatto Quotidiano, ma secondo me c’è bisogno di una riflessione diversa.
Mi sento di commentare Il Fatto dal punto di vista più generale della comunicazione e scusatemi da subito se le fonti che cito sono quelle della memoria e non della corretta scienza della bibliografia.
All’università ho partecipato ad un bellissimo corso sui media tenuto da Giovanni Cesareo, ottimo docente che mi ha affascinato con racconti di sceneggiatori hollywoodiani costretti a scappare in Messico.
Ora non ricordo se si trattasse di una sua teoria, di una teoria di uno di questi fuoriusciti, di qualche teorico tedesco o di una teoria generale, comunque il concetto era questo: perché fare un film?
Bene, tutto parte da una cosa semplicissima: urgenza o necessità di dire qualche cosa.
Detto questo i contenuti de Il fatto di necessità e urgenza trattano, dato che qualche bel giornale e un poco di bella tv saltano qualche notizia.
Bello o brutto? È sempre solo una questione di stile non c’entra con il design.
27 Settembre 2009 alle 16:47
Continuando la metafora del film, cosa succede ad un’idea valida con una buona sceneggiatura se il cameramen non sa nemmeno come comporre un’inquadratura e mette a fuoco i soggetti sbagliati? La questione non è sul giudizio estetico ma sul dare una forma ai contenuti, che altrimenti rimangono buone idee mal realizzate. Sarebbe come pensare che gli errori di grammatica e sintassi in un articolo siano poco importanti rispetto al concetto che si vuole esprimere…
2 Ottobre 2009 alle 14:43
Credo che il successo del primo numero de “Il Fatto”, esaurito pressochè ovunque, sia stato dovuto alle aspettative alte di molti italiani di trovare in edicola qualcosa di diverso, che riportasse il Travaglio-pensiero e dove fossero riportate tutte quelle notizie omesse dalla stampa comune. È indubbio che esista una fascia silenziosa ma numerosa di utenti assetata di controinformazione di cui oltretutto faccio parte. La tiratura di 112.00 copie spiega il resto di questo successo editoriale. La rete di solito è la principale fonte di chi cerca di farsi un’opinione reale sui fatti, un’eccezione “cartacea” potrebbe essere Internazionale, che oltretutto trovo un’esempio di grafica piacevole e funzionale. La mia paura era inoltre quella di trovarmi di fronte ad una sorta di Libero di opposizione, altrettanto fazioso. A tratti ho riscontrato questi toni nei titoli e negli articoli. Ma veniamo alla grafica; sono stato (ovviamente) deluso dal progetto; non vorrei entrare troppo nei dettagli tecnici, di cui si è parlato già in questo e altri blog: la risposta ai quesiti tecnici si trova su innumerevoli libri, saggi blog, e riviste evidentemente sconosciute al progettista.
E scarterei l’ipotesi del risparmio: non credo che con l’esperienza che l’art director dice di avere non sia stat ben remunerata.
Credo che chi legge questo blog conosca molte persone del mestiere i grado di fare meglio, tutto quì.
Si tratta, tanto per cambiare, non di mestiere ma di conoscenze: le conoscenze di progettazione grafica e di tipografia (rarità in Italia, che ci costringe ad essere una nicchia), e le conoscenze delle persone giuste a cui sorridere e stringere la mano, che sono un’arte a se.
Il FATTO è, nella mia modesta opinione, che questo giornale ha probabilmente dei contenuti interessanti, ma che non mi viene davvero voglia di leggere. Non conta se le scelte estetiche siano volute, o se siano frutto di una ricerca (!) sui quotidiani e gli strilli di tradizione britannica (?!?), la conclusione è che tutto questo non funziona. Mi è passata la voglia di comprarlo al terzo giorno, dopo aver guardato attentamente la rubrica sulle notizie del web, i simbolini da clipart, le ombrette nere al titolo (che si sposano molto bene coi fuori registro dei quotidiani, no?), i filetti sovrapposti, le 15 font per pagina, le sottolineature che tagliano le virgole e le discendenti, i box colorati coi filetti da 10 punti sovrapposti, i caratteri a caso (Mesquite usato (oltretutto) in piccolo?! Mesquite???!!!), le colonne da 20 caratteri per riga, a volte giustificate, a volte a bandiera, le foto rielaborate di cattivo gusto.
Ora, il contenuto de Il Fatto potrebbe anche essere più importante di tutte questi “sofismi”, ma non lo conoscerò mai perchè mi passa la voglia di sfogliarlo.
A volte, se qualcosa manca o non è mai stato fatto (come dice l’art director del suo giornale), ci sara un motivo.
5 Febbraio 2010 alle 21:35
di questo girnale mi fidoooo…:-)