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Il paesaggio mobile del nuovo design italiano

22 Gennaio 2007 @ 11:53 | Archiviato in: Mostre & Eventi

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Inaugurata il 19 gennaio, la nuova mostra della Triennale, che si concluderà poco dopo la fine del Salone del Mobile (18-23 aprile) di quest’anno, è uno di quegli eventi che spinge automaticamente a fare delle considerazioni, aiutati anche dal battage giornalistico.


Dall’articolo del Corriere on line, risulta condivisibile a prima vista una considerazione ovvia: non si tratta nè di giovani, nè di nuovi designer come li definisce la giornalista (età media 37-40 anni) ma, soprattutto, non si tratta di artisti! La confusione tra i giornalisti è forte, e la mostra non aiuta a chiarire il concetto di progetto, di cultura del progetto e del ruolo del designer.

Nell’articolo di Repubblica oltre alla trascrizione del comunicato stampa, la giornalista arriva indirettamente alla conclusione chiave, ma ben nascosta nella mostra, che le grandi aziende hanno gli occhi ancora sui grandi maestri del design e la nuova professionalità dei giovani designer si deve solo misurare sull’invenzione di nuovi mercati e nuovi modi di vendere il proprio lavoro. Molto difficile a farsi e a dirsi.

Interessante invece l’articolo uscito sul Sole 24 Ore di domenica 21, dove Aldo Bonomi individua uno dei nodi centrali della vera italianità: la gerontocrazia. Sì, a 40 anni non si è un nuovo designer (molto bella la biografia di riferimento di Iacchetti) ma per un paese come il nostro sei poco più di un ragazzino. L’articolo si conclude poi con altre due importanti note. Una sul territorio, che colloca l’Italia in posizione di fulcro tra distretti produttivi, quelli delle industrie che ‘ti portano nel mondo’. La seconda, sull’attuale posizione dell’Italia nelle classifiche dei paesi creativi: 34 posto tra Turchia e Messico, sempre che questo voglia dire qualche cosa.

Ciò che resta impresso nella mente è che sono in mostra ottimi esempi di design, ma l’analisi - punto nevralgico del lavoro dei curatori - è poco chiara e poco approfondita. Sembra insomma che i curatori siano partiti da un risultato, cercando successivamente di confermarlo. Al visitatore non arriva alcunchè del significato di Design Italiano, ed il paesaggio mobile prefigurato resta soltanto un miraggio.

La mostra cerca di operare sul filo rosso che, idealmente, per alcuni separa i maestri storici del design con gli attuali professionisti. Cercano di evidenziare un cambiamento non ben definito, a cavallo della diversità dei tempi e del mercato, della figura di progettista e di stratega. Ma il risultato sembra essere una imperitura nostalgia dei vecchi tempi evidenziata dai nomi messi in mostra, che rappresentano più che altro la generazione di transizione tra gli anni 70 ed oggi, dove pochi esempi rappresentano un chiaro passaggio di testimone.
I professionisti in mostra presentano ottimi lavori ma il fatto che i curatori abbiano più volte alzato l’età per partecipare, fino ai 45 anni, lascia trasparire la paura a rinnovare veramente. Ma si evolve sulla base del coraggio di cambiare ed innovare.

Se davvero non ci sono giovani, questo è sinonimo che l’industria è il più grande orfano del boom anni 60 e dei suoi grandi progettisti e, di conseguenza, tende ad investire solo su professionisti ormai chiaramente sicuri. Nessuno spazio per giovani, nemmeno in mostra. La parola ‘innovazione’ è meglio abbandonarla un poco da parte e non usarla come acqua fresca.

Lo stesso design sembra cercare nuovi padri e non nuova vita. Non c’è l’intenzione di rischiare nemmeno in una mostra.

Sempre la Triennale annuncia come ogni anno il suo progetto di un museo del design, ma cosa sarà questo museo da tempo annoverato? Un mausoleo? Su cosa si vuole puntare per rafforzare e tutelare il Made in Italy? Sicuramente ci deve essere spazio per il progetto, per la storia il presente e non dimentichiamo il futuro che non è solo uno stato mentale ma il lavoro quotidiano dei giovani progettisti.

Per concludere il New della Triennale si sembra risolvere in una foto non troppo nitida della classica situazione in cui non si cambia un cavallo vincente.

Speriamo che il futuro della Triennale non sia un 2030 dove scongelare finalmente con successo la testa di qualche vecchio maestro.

Per info:
Triennale.it

8 Commenti a “Il paesaggio mobile del nuovo design italiano”

  1. Giada scrive:

    Articolo molto interessante. Traspare, dallo stile, anche una certa passionalità rispetto all’argomento…
    (qualcuno si sente chiamato in causa??!)
    Il panorama fotografato ricorda vagamente la drastica situazione generale del nostro paese rispetto all’investimento sulle giovani risorse, fenomeno che purtroppo si verifica in molti altri ambiti.

    Sarà per questo che restiamo sempre un passo indietro?

  2. barcode :: :: January :: 2007 scrive:

    […] Sul blog di LS graphicdesign ho letto un post su una mostra appena inaugurata alla Triennale: "Il paesaggio mobile del nuovo design italiano".Da laureato in Design (al tempo era un indirizzo di architettura al Poli di Milano) che ci ha provato e poi ha scelto o meglio si è trovato a fare altro, la mia sensazione è che ancora una volta non si stia parlando di design ma di quella "disciplina" a metà strada tra arte e ricerca un po’ fine a sè stessa, o nel migliore dei casi di furniture design, ovvero di design di oggetti di arredamento.Continuo a pensare che il design industriale "vero" sia quello che fanno le varie IDEO, frogdesign, Design Continuum etc., quindi design di prodotti d’uso come computer, telefoni, apparecchi medicali, etc., invece purtroppo leggendo dal sito della Triennale questo tipo di design sembra esplicitamente escluso:"Ne è emersa una mappa del nuovo design italiano non limitata al furniture design, ma allargata a tutte le nuove forme di comunicazione che riguardano la professione del XXI secolo: dal food al web, graphic, fashion, textile, ai copywriter, ai designer del gioiello, ai progettisti della multimedialità." […]

  3. andrea scrive:

    ho iniziato una risposta ma poi visto che veniva lunga l’ho trasformata in un post sul mio blog:
    http://barcode.blogsome.com/2007/01/22/p130/

    andrò senz’altro a vedere la mostra anche se mi pare di capire che sarà la solita esibizione di gadget inutili e “provocatori”…

    p.s.
    avrei messo il trackback al tuo post ma non l’ho trovato.

  4. Giada scrive:

    Ci sono due argomenti di una certa consistenza messi sul tavolo, qui: il primo, più generale, sullo scarso investimento fatto sulle risorse più giovani, che porta il nostro paese verso un sistema di autodistruzione: come si arriva al progresso se viene tagliato lo spazio dell’innovazione? Il secondo, più specifico del mondo del design– che ignora il fatto che il design non è una forma d’arte, ma in primo luogo un fatto funzionale. E che il primo significato del termine design è ‘progetto’… e via di seguito, tutte le belle parole che ripetiamo, ma continuano a risuonare vuote…

  5. andrea scrive:

    @ Giada
    gli argomenti che citi a mio avviso sono secondari: in Italia “non c’è” design “industriale” perchè non c’è industria (consiglio questo libro: Luciano Gallino La scomparsa dell’Italia industriale Einaudi), da qui poi derivano i problemi di approccio (design vs arte) e di educazione (che resta la prima forma di investimento sulle risorse più giovani).
    anche sull’innovazione starei attento: troppo stesso si confonde innovazione con novità e comunque non sono nemmeno così convinto che l’inovazione sia appannaggio dei giovani, soprattutto di quelli che del design vedono lo starsystem degli Starck & Co. e non invece il lavoro di chi sta 24 ore al giorno a pensare/disegnare/costruire.

  6. Giada scrive:

    in questo contesto l’innovazione è stata chiamata in causa non in quanto appannaggio dei giovani, ma in quanto legata alla volontà di investire sulla formazione e sul sistema educativo (l’innovazione è il risultato della ricerca, e la ricerca nasce - o almeno dovrebbe - all’interno di strutture universitarie e formative)… e qui mi riferisco anche a settori che con la grafica hanno poco da condividere.

  7. paolo scrive:

    Vale la pena segnalare altri due punti di vista in merito:
    SDZ
    Ministero della Grafica

  8. LS graphic design » Il nuovo marchio di fabbrica italiano scrive:

    […] Dopo esserci occupati dell’inappropriato restyling del progetto originale della metropolitana milanese di Bob Norda (compasso d’oro tra l’altro, per quel che vale); essere rimasti di stucco davanti al discutibile metodo di selezione della mostra The New Italian Design proposta da Triennale, dove l’età massima di partecipazione è stata innalzata per ben due volte per permettere di far rappresentare a “giovani” quarantacinquenni il nuovo design italiano; esserci indignati di fronte alla raccapricciante campagna della Triennale Bovisa; quando il peggio sembrava ormai passato e pensavamo che più in basso di così non si sarebbe potuti cadere, ecco spuntare il nuovo marchio turistico del paese che ha esportato il design (il progetto, in italiano) in tutto il mondo. La comunità della grafica è in subbuglio, la rete è tutto un batti e ribatti per il nuovo oggetto partorito della povera filiale italiana della Landor (povera in senso figurato, per il progetto hanno infatti percepito una parcella di 100.000 euro) e, come spesso accade, di cose interessanti e divertenti se ne stanno dicendo tante. C’è che, per esempio si immagina Bruno Munari rivoltarsi nella tomba; chi pensa di emigrare verso la Svizzera o l’Olanda; altri ancora sperano che tutto ciò dia una scossa al mondo della cultura, del progetto, delle arti… […]

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